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Il triangolo dell'essere

Molta enfasi si è sempre data alla contrapposizione fra l'essere e l'avere, ma vorrei introdurre un terzo soggetto: il fare.

Si usa dire, da qualche parte, che ciò che siamo è identificato da ciò che facciamo. Dunque l'assioma sembra diventare: noi siamo ciò che facciamo, o, detto in altre parole, ciò che facciamo esprime ciò che siamo.

Effettivamente, messa così, non sembra esserci nulla da obiettare, ma vedo invece in questo assunto una sottile trappola.

Molto si è detto, infatti, sul significato, il valore e le motivazioni, del nostro rapporto con l'avere: è spesso compensativo, serve a rafforzare una identità tutta esteriore a scapito dello sviluppo armonioso di quella interiore, offre valori effimeri che spesso si sostituiscono ad altri più profondi e solidi, ecc.

Mi sembra però che tali affermazioni possano essere riferite anche al "fare", soprattutto per quanto riguarda noi occidentali, tanto più laddove siamo con la nostra azione distanti dal nostro "Dharma", ovvero dallo scopo vero, unico e profondo della nostra esistenza (diremo con un termine più moderno: dalla nostra "mission").

Mi ha sempre fatto un certo effetto sentire nelle presentazioni delle persone, anteporre l'appellativo professionale al nome: l'avvocato Rossi, l'architetto Bianchi, l'onorevole Caio, ecc...

Ruoli professionali che per nulla qualificano veramente la persona che ho davanti, se non indicandomi che hanno completato un ciclo di studi e avviato una attività di un certo tipo, ma che mi lasciano completamente aperte le possibilità di scoprire dietro quell'appellativo una persona di qualunque tipo (e relazionandosi le vere caratteristiche vengono comunque sempre fuori ...).

Altra situazione che ben rappresenta la mentalità e l'approccio alla vita della maggior parte delle persone: "Sei sposata? Cosa fa tuo marito?". A nessuno viene in mente di chiedere: "Come è tuo marito? Sensibile, gentile, premuroso?", nè tantomeno chiedere: "E ti ama?".

Per non parlare di un'altra domanda che ci sembra quasi assurdo porre: "Ah, hai due figli, e come stanno, sono felici?".
Già, la felicità .... vengono i brividi solo a pensarci di esplorare quel tema! Meglio chiedere: "Cosa fanno, studiano?".

Insomma, concludendo queste poche righe (che sicuramente riprenderò in altri post), a me sembra che abbiamo creato un'altra bella maschera oltre all'avere: il fare!
E allora, noi che, come direbbe Totò: "siamo individui consapevoli non caporali", possiamo fare un bel gioco e provare a immaginarci di presentarci a qualcuno con le nostre qualità di persona e non con l'elenco di ciò che facciamo. E vedere, come diceva Jannacci: "di nascosto l'effetto che fa"!