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Stare bene con quello che c'è parte II

 Avrete notato che fino ad ora, nemmeno nel titolo, ho mai usato la parola felicità. Il motivo è che ritengo il contenuto di tale termine troppo personale da non rischiare di perdere qualcuno per strada in questa passeggiata virtuale che stiamo facendo nello spirito dei Peripatetici. Ognuno, cioè, tende a includere nella felicità elementi soggettivi, perlopiù condizionati dalle passate esperienze e dalla sua situazione attuale, tanto che, nei piccoli numeri, non sono molte le aree di sovrapposizione semantica. Per cui meglio puntare sul concetto di star bene (massì, chiamiamolo benessere) la cui definizione mi sento di proporre come segue: uno stato psico-corporeo in equilibrio, nel quale l’energia del corpo è fluida ed espansa, e la mente è quieta e presente (nel doppio senso di pronta e di attenta al momento attuale). In effetti, ciò che altera maggiormente questo stato, che dovrebbe essere “naturale”, ovvero la condizione di base di ogni essere umano, è la nostra reazione di chiusura o di reazione agli input esterni. Spesso mi capita di incontrare per la strada singoli individui o ancor più coppie allegre e di buon umore a bordo di scassate utilitarie e dentro di me nasce sempre la stessa domanda: “Ma è davvero possibile essere felici anche con una Renault 4 (vabbè, aggiorniamo i modelli, diciamo una Panda)? “. Sapete cosa è il modeling? Detto in sintesi: osservo e analizzo chi ha raggiunto risultati rilevanti e faccio mio il metodo da lui utilizzato per raggiungere tali traguardi. Una sorta di “ti rubo la ricetta” insomma. Questo legittimo e opportunistico approccio viene utilizzato soprattutto nei confronti di personaggi “di successo” o che hanno ottenuto risultati eccezionali nella loro vita, tali da poter essere indicati come modelli, appunto. Dunque ho continuato a iscrivermi a corsi dove ti spiegavano come riuscire a farti la Porsche ed essere anche io una persona di successo, mentre in realtà se c’è qualcuno che vorrei riuscire a modellare è proprio chi è felice anche su una Panda! Si badi: ho detto “anche” e lo sottolineo. Ma, sinceramente, ritengo di avere maggiori probabilità che costui sia felice anche su di una Porsche piuttosto che viceversa. E se non voglio certo negare la possibilità che molti siano felici sulla supercar di Monaco, quello che mi preoccupa è che possano invece sprofondare in uno stato di depressione se scendono sotto i 200 cavalli di motore. Perché, in tal caso vorrebbe dire che la loro felicità è ancorata a qualcosa di oggettivo e materiale al di fuori di loro stessi. Dal canto mio: “no Porsche, no party!” non è certo una condizione di frustrazione nella quale voglio ritrovarmi! La Porsche, come qualunque altro oggetto del mondo in cui viviamo, deve essere semplicemente uno degli infiniti possibili ingredienti del party della mia vita ma la mia gioia di essere su questo pianeta, celebrando la mia stessa esistenza nel modo a me più congeniale, deve essere la condizione dalla quale parto e mi muovo, ancor prima di andare dal concessionario di auto!